📜 Un passaggio al passato



Il 17 e 18 ottobre 2026 abbiamo tutti assistito alle varie manifestazioni studentesche nelle più grandi città Italiane, più o meno pacifiche. Certo fa piacere vedere giovani sensibilizzati su argomenti come il caro-vita che coinvolge tutti noi ma, da una parte, fa sorridere sentire ancora slogan come "antifascisti" come se la destra e la sinistra fossero il vero problema del nostro Paese. La vera spaccatura non è orizzontale (destra contro sinistra), ma verticale, cioè in alto l'oligarchia tecnocratica e politica, in basso i cittadini spogliati dei loro diritti e del loro futuro. Ma per capire realmente il presente bisogna fare necessariamente un passaggio al passato ed è indiscusso che ci sia stato un cambio continuo tra governi di destra, centro e sinistra ma i problemi attuali sono solo peggiorati. Questo non è dovuto alla fazione di governo ma alla visione d'insieme che il governo, che sia di destra o sinistra poco importa, ha degli interessi di Stato. 
A confronto degli Stati Uniti d'America, con la sua Carta dei Diritti nel 1776, la nostra Costituzione è arrivata solo dopo monarchia e dittatura nel 1947. Noi siamo convinti di vivere uno Stato di Diritto Democratico ed Antifascista ma la realtà è ben diversa. La nostra Costituzione "materiale" — quella fondata sul diritto al lavoro (Art. 1), sulla rimozione degli ostacoli economici e sociali (Art. 3) e sulla tutela del risparmio (Art. 47) — è durata in sostanza solo 33 anni, dal 1948 al 1981. In quel trentennio, la Costituzione italiana ha funzionato secondo l'architettura originaria concepita dai Padri Costituenti, cioè una Repubblica fondata sul lavoro (Art. 1), in cui lo Stato aveva il dovere primario di rimuovere gli ostacoli economici e sociali per garantire il pieno sviluppo della persona umana (Art. 3) ed il diritto a un'esistenza libera e dignitosa (Art. 36). Per fare questo, lo Stato manteneva la leva pubblica dell'economia ed il controllo sulla moneta. 
Perchè fino al 1981? Perchè quello fu l'anno del celebre "divorzio" tra il Ministero del Tesoro e la Banca d'Italia, firmato tramite un semplice scambio di lettere tra il ministro Beniamino Andreatta ed il governatore Carlo Azeglio Ciampi, senza alcun passaggio o dibattito nel Parlamento votato dai cittadini.
Il "Divorzio" è stato il primo intervento tecnico, deciso al di sopra del nostro Stato visto che negli anni '70 ed all'inizio degli anni '80, l'Italia soffriva di un'inflazione altissima (oltre il 20%), che erodeva il potere d'acquisto dei salari e creava forte instabilità economica. Come funzionava prima e cosa è cambiato dopo? Prima del 1981 se lo Stato aveva bisogno di risorse per costruire scuole, ospedali o strade, la Banca d'Italia garantiva l'acquisto dei titoli di Stato non venduti ai privati, stampando moneta. La gestione della moneta era subordinata al bene della collettività. 
Dopo il 1981 lo Stato ha rinunciato a questo potere, decidendo di indebitarsi sul "libero mercato" privato. Per attrarre i grandi fondi speculativi, l'Italia è stata costretta ad alzare i tassi di interesse a livelli vertiginosi. Andreatta definì in seguito quella scelta come un "atto di aperta rottura", compiuto anche per forzare la politica ad una maggiore responsabilità finanziaria, senza attendere i tempi di un dibattito parlamentare che sarebbe stato ostacolato dalle dinamiche dei partiti dell'epoca. Sapeva che i partiti politici (sia la DC di governo che l'opposizione del PCI) si sarebbero opposti duramente per non perdere il controllo sulla spesa pubblica facile. Fu un vero e proprio "fatto compiuto" istituzionale. Infatti dal punto di vista istituzionale e strutturale, il divorzio del 1981 ha cambiato la natura giuridica ed economica del finanziamento dello Stato, spostando la creazione e la gestione del valore del denaro dal controllo pubblico (politico) alle logiche del mercato privato. Per gli economisti critici, parlare di "privatizzazione del denaro" descrive accuratamente il passaggio da una moneta intesa come strumento pubblico ad una moneta governata come bene scarso sul mercato. Questo meccanismo di "moneta presa a prestito dai privati" ha generato la sottomissione dei governi alle agenzie di rating ed allo spread che subiamo tutt'oggi. 
 
L'operazione del 1981 non nacque come un complotto per svendere il Paese, ma come una scommessa tecnocratica estremamente rischiosa. Andreatta e Ciampi non volevano arricchire i mercati speculativi. Il loro obiettivo era usare il mercato come uno "scudo" contro la spesa pubblica facile dei partiti. Pensavano che i politici, spaventati dai tassi alti del mercato, avrebbero smesso di fare debito. Chi la guidò pensava di modernizzare l'Italia e di portarla in Europa forzando la politica al rigore. Andreatta ed i tecnocrati dell'epoca si cullavano nell'illusione del cosiddetto "vincolo esterno", cioè l'idea che la politica, davanti al giudizio severo e costoso dei mercati finanziari, avrebbe intrapreso spontaneamente una spending review per evitare il dissesto. Questo presupposto si rivelò totalmente errato. La classe politica degli anni '80 scelse di mantenere inalterata la spesa pubblica correntistica e clientelare per non perdere il consenso immediato, scaricando l'esplosione degli interessi sulle generazioni successive. 
Dopo il divorzio del 1981, i partiti della Prima Repubblica (il cosiddetto Pentapartito guidato da DC e PSI) si comportarono come se nulla fosse successo. Non potevano più stampare moneta, ma si rifiutarono categoricamente di tagliare la spesa pubblica o gli sprechi per non perdere voti. Continuarono ad espandere la spesa pubblica per finanziare sussidi, salvare aziende decotte, assumere nel settore pubblico e concedere riforme generosissime (come le famose baby-pensioni, che permettevano di ritirarsi dal lavoro anche a meno di 40 anni con pochissimi anni di contributi). 
Per continuare a finanziare il loro sistema di consenso, iniziarono ad emettere titoli di Stato a tassi d'interesse altissimi (anche del 15-18%) per convincere i privati a prestar loro i soldi. Fu in questo decennio che nacque il nostro enorme debito pubblico, che passò dal 58% del PIL nel 1980 a oltre il 100% all'inizio degli anni '90. Il debito pubblico non è esploso perché gli italiani "vivevano al di sopra delle proprie possibilità", ma per la spesa per interessi destinata alla finanza speculativa. Le tasse dei cittadini hanno smesso di finanziare il benessere pubblico per diventare il pagamento della rata di un debito inestinguibile e la politica usò il risparmio privato degli italiani per finanziare la propria sopravvivenza. 
Arrivati al 1992, i nodi vennero al pettine. I mercati finanziari internazionali capirono che l'Italia non poteva reggere quel ritmo. Specularono contro la Lira, costringendola a uscire dallo SME (il sistema monetario europeo). Lo Stato sfiorò il default, tanto che il governo Amato dovette fare il famoso prelievo forzoso notturno del 6 per mille dai conti correnti di tutti gli italiani per salvare le finanze pubbliche. 
Poi scoppiò Tangentopoli. L'inchiesta giudiziaria svelò che una parte consistente di quella spesa pubblica e di quei debiti accumulati negli anni '80 non era servita per fare infrastrutture efficienti, ma per alimentare un sistema sistematico di tangenti e corruzione che arricchiva i partiti. Per abbattere il debito pubblico e soddisfare i parametri del Trattato di Maastricht, l'Italia dovette letteralmente smantellare il suo patrimonio industriale pubblico, che fino ad allora aveva garantito occupazione e welfare aziendale a milioni di persone. 
Colossi statali come l'IRI, l'ENI, l'ENEL, la SIP (diventata Telecom) e le grandi banche pubbliche vennero privatizzati e venduti sul mercato. La classe politica di quegli anni non fu lungimirante, visse alla giornata sfruttando prima la stampatrice di moneta (anni '70) e poi i prestiti a tassi folli dei mercati privati (anni '80). Quando i mercati e la magistratura presentarono il conto nei primi anni '90, l'intera classe dirigente della Prima Repubblica venne spazzata via, lasciando in eredità alle generazioni successive (fino a noi, oggi nel 2026) un Paese strutturalmente indebitato e privo di sovranità monetaria. Una volta persa la sovranità monetaria, la priorità dello Stato non è più stata la piena occupazione o la tutela della salute e dell'istruzione dei cittadini, ma il soddisfacimento dei vincoli di bilancio ed il pagamento degli interessi ai mercati. Le conseguenze sul welfare, sulla sanità e sulle pensioni sono visibili ancora oggi.
 
Eppure erano gli anni che gli Italiani hanno sentito come "i migliori e dove si stava meglio". Ma questo è il grande paradosso della storia italiana, cioè il Paese ha vissuto il suo momento di massimo benessere materiale e di crescita sociale proprio mentre stava ponendo le basi per il suo declino finanziario. Il problema tecnico, che la cittadinanza allora non poteva percepire, è che quel benessere non era interamente finanziato dalla ricchezza reale prodotta, ma veniva anticipato artificialmente dallo Stato. 
In quel trentennio, l'Italia ha vissuto l'ondata dell'industrializzazione e del modello capitalistico-consumistico di stampo americano. Il boom economico, la possibilità di risparmiare, la casa di proprietà e la corsa allo status sociale hanno generato un effetto anestetizzante. Abbagliati dal benessere e protetti dai risparmi accumulati, gli italiani hanno abbassato la guardia, convincendosi che la democrazia fosse un dato acquisito ed eterno. Gli economisti spesso spiegano quel ventennio con la metafora di una grande festa. Negli anni '70 e '80 l'Italia ha ballato, consumato e cenato nel miglior ristorante possibile. La musica era ottima e si stava benissimo. Il problema è che la classe politica di allora ha lasciato il conto da pagare sul tavolo andandosene prima che arrivasse il cameriere. Quel conto è arrivato negli anni '90 con l'austerità ed è quello che stiamo ancora pagando oggi, nel 2026, sotto forma di tasse alte, servizi sanitari ridotti e stipendi stagnanti. Si stava bene allora, purtroppo, anche perché si stavano consumando in anticipo le risorse delle generazioni future.
 
Il "buon tempo" degli anni '80 non era un'allucinazione, i salari crescevano ed i beni di prima necessità costavano meno in percentuale sul reddito. La privatizzazione e l'indipendenza monetaria del 1981 hanno fermato l'inflazione, ma la ricetta scelta negli anni '90 per sanare i debiti della Prima Repubblica (blocco della spesa pubblica, flessibilizzazione selvaggia del lavoro, privatizzazioni) ha finito per comprimere la produttività ed i salari, scaricando l'intero costo del riallineamento europeo sulle spalle delle nuove generazioni Quindi chi aveva ragione? Chi ha portato al divorzio o chi lo contrastava? Qui va capito che lo Stato si è trovato intrappolato tra l'incudine (inflazione) ed il martello (debito). Non fare nulla nel 1981 avrebbe evitato l'esplosione matematica del debito, ma avrebbe distrutto l'economia reale dei cittadini tramite la tassa più ingiusta cioè l'inflazione, che colpisce duramente chi ha redditi fissi (operai, impiegati, pensionati) mentre favorisce i grandi debitori. Infatti il risultato concreto, però, fu asimmetrico, cioè l'inflazione venne davvero domata, ma l'irresponsabilità della politica monetizzata dai mercati privati ha creato il gigantesco debito pubblico con cui l'Italia convive tuttora. Istituire una barriera monetaria senza aver prima "spento il fuoco" della spesa improduttiva ha tolto allo Stato l'unica valvola di sfogo (la sovranità monetaria) senza risolvere il problema di bilancio. Questo ha costretto l'Italia a entrare nell'Eurozona con una zavorra di debito pubblico spaventosa, trasformando i vecchi vizi della spesa pubblica in un vincolo finanziario permanente che blocca gli investimenti strategici ancora oggi nel 2026. Guardando la situazione odierna, l'Italia sconta ancora la vulnerabilità strutturale nata in quegli anni, cioè un debito pubblico massiccio che sottrae ogni anno decine di miliardi di euro al bilancio dello Stato (spesa per interessi) che potrebbero essere investiti in sanità, scuola e sviluppo. In più l'analisi dell'evoluzione del potere d'acquisto dei giovani lavoratori italiani dagli anni '80 ad oggi è impietosa. I dati storici di istituti come l'OCSE, la Banca d'Italia e le recenti note dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) certificano che l'Italia ha compiuto quello che gli economisti definiscono "il cammino del gambero": è l'unico grande Paese industrializzato in cui i salari reali sono arretrati negli ultimi 36 anni.
 
Con il cambio da Lira ad Euro poi abbiamo subito l'ennesima riforma "di lacrime, sudore e sangue" sulle spalle degli Italiani. A partire proprio dal biennio 2002-2004, i consumi delle famiglie italiane hanno subito un rallentamento strutturale da cui il Paese non si è mai più ripreso. La vera trappola sono stati i prezzi raddoppiati, ma gli stipendi divisi per due. Il vero cortocircuito italiano del 2002 fu asimmetrico perchè i prezzi delle merci vennero convertiti con la tendenza al "1 euro = 1.000 lire" (quindi raddoppiati anzichè dimezzati visto che 1 euro=1.937 lire). I beni ad alta frequenza di acquisto (il pane, il caffè al bar, la spesa quotidiana ai supermercati, i mercati rionali), ovvero quelli che la gente comprava tutti i giorni, subirono invece rincari che in alcuni settori toccarono il 50% o il 100% ma nessuno ne fece davvero attenzione. Purtroppo la mente umana tese ad associare la moneta da 1 euro alla vecchia banconota da 1.000 lire e, chi vendeva, sfruttò anche questa confusione psicologica. Ma la speculazione non sarebbe stata un problema drammatico se anche i salari si fossero adeguati. Invece gli stipendi dei lavoratori, essendo registrati nei contratti collettivi nazionali e gestiti dai datori di lavoro sotto stretto controllo contabile, vennero convertiti al millesimo con il cambio ufficiale a 1.936,27. Chi guadagnava 2.000.000 di lire si trovò in busta paga esattamente 1.032 euro. Ma non fu colpa dell'Euro. L'Europa e la moneta in sé non imposero il raddoppio dei prezzi. In Italia, il governo dell'epoca decise di non istituire commissioni di controllo stringenti sui prezzi e non impose il doppio prezzo obbligatorio (lire/euro) per un periodo abbastanza lungo. Purtroppo avvenne quello che vediamo da anni, cioè lo scarica barile = nessuno ne ha colpa. I clienti si lamentavano con i commercianti, i commercianti incolpavano i distributori, i distributori incolpavano l'Euro e la politica diceva che il mercato si sarebbe regolato da solo ma, incassando più IVA nell'immediato, la politica di allora preferì non guardare troppo da vicino i cartellini dei prezzi, ignorando che quel raddoppio dei prezzi avrebbe finito per impoverire i cittadini e, di conseguenza, l'economia dell'intero Paese negli anni successivi. Se l'erario incassò più IVA nell'immediato sui singoli scontrini, nel medio periodo il raddoppio speculativo dei prezzi si tradusse in un disastro per i conti pubblici a causa di due effetti collaterali. Il primo si innescò poichè gli stipendi non erano raddoppiati, il potere d'acquisto dei cittadini crollò. Se prima un cliente comprava 10 prodotti, dopo l'aumento iniziò a comprarne solo 6 o 7. Nel lungo periodo, la contrazione dei consumi ridusse la massa complessiva di IVA che lo Stato poteva incassare. Il secondo si innescò poichè lo Stato non è solo un esattore di tasse, è anche il più grande compratore di beni e servizi del Paese. Quando gli ospedali, le scuole e i ministeri dovettero iniziare a pagare le merci e le forniture in Euro raddoppiati dai fornitori privati, la spesa pubblica crebbe enormemente, annullando i benefici dell'extra gettito iniziale. La "speculazione all'italiana" nacque proprio in questa totale assenza di vigilanza pubblica e di lungimiranza da parte della politica, lasciando che il mercato si autoregolasse a spese del potere d'acquisto dei lavoratori, mentre lo Stato incassa comunque l'extra gettito, una tassa che nessun politico ha votato, derivante dall'aumento dei prezzi. LA STESSA COSA CHE STA AVVENENDO CON IL CARO-BOLLETTE, CARO-SPESA E CARO-CARBURANTE, cioè siamo di nuovo all'inflazione che diventa quella tassa che nessun partito ha votato e che mette in ginocchio tutti i cittadini, sopratutto i più fragili ed indigenti. In più con il debito pubblico più alto del mondo.
 
Comunque va ricordato che la politica riguarda tutti i soggetti facenti parte di una società, e non esclusivamente chi fa il politico di professione, ed è anche l'occuparsi in qualche modo di come venga gestito lo Stato. "Politica" significa l'amministrazione della "polis" per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano. In tal senso "fa politica" anche chi, subendone effetti negativi ad opera di coloro che ne sono istituzionalmente investiti, si permette di intervenire in varie forme lecite. 
Quindi caro studente che vuoi manifestare in piazza, ricordati che quando ti dicono che "il voto è l'unico modo per cambiare le cose", ti stanno raccontando solo una mezza verità. La vera scelta non è tra il simbolo A e il simbolo B, tra la ricetta di destra o lo slogan di sinistra ma la storia degli ultimi quarant’anni dimostra che, una volta chiuse le urne, l'indirizzo reale del Paese viene stabilito nei salotti della finanza, nei vertici militari e nelle burocrazie sovranazionali che non avete mai votato. Se oggi la scuola cade a pezzi, l'università è inaccessibile e vi dicono che "non ci sono risorse", ricordatevi di guardare dove quei soldi vengono invece destinati senza che nessuno vi chieda il permesso, cioè tra riarmo, speculazioni e debiti costruiti a tavolino e che andrebbero denunciati. Poiché il sistema elettorale è strutturato per autoperpetuarsi anche con un'affluenza minima, la soluzione non risiede nell'attesa messianica del "politico buono" di turno. L'unica reale forma di riscatto è la denuncia pubblica e la ricostruzione di una cultura giuridica fondata sui principi primari. Va bene riempire la piazza ma le procure sono sempre vuote ed il potere non teme chi sceglie una tifoseria, il potere teme una generazione che conosce i propri diritti originari e riconosce la differenza tra la propaganda e il diritto puro perchè OGGI tocca a NOI. Se il Governo non è in grado di fare gli interessi di Stato, è ora che il Cittadino Sovrano intervenga. Abbiamo tanto da fare e lo faremo. NOI siamo la Resistenza Ontologica: gli unici Custodi dello Stato di Diritto.
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