📜 Vecchiaia nell'antichità 6°parte
L’anzianità nel presente: ciò che abbiamo smesso di vedere
Se il confronto con l’antichità insegna qualcosa, è che la vecchiaia non è mai stata una condizione neutra. Greci, Egizi e Romani la guardavano, la giudicavano, la collocavano dentro un ordine di senso. Oggi, al contrario, la vecchiaia tende a scomparire. Non è più oggetto di riflessione simbolica, ma di gestione tecnica. L’anziano contemporaneo è spesso invisibile: escluso dallo spazio pubblico, espulso dal racconto sociale, confinato in luoghi separati, protetti e insieme marginali.
Eppure, l’antichità non idealizzava la vecchiaia. Non la rendeva innocente né la trasformava in una retorica consolatoria. La vecchiaia restava fragile, incerta, talvolta temuta. Era riconosciuta nella sua ambivalenza: fonte di saggezza, ma anche di perdita; tempo della parola, ma anche del silenzio. Proprio per questo veniva presa sul serio. Non veniva nascosta, né addolcita.
La modernità ha operato una trasformazione radicale. Ha medicalizzato ciò che l’antichità giudicava moralmente e simbolicamente. L’invecchiamento è diventato un problema clinico, statistico, assistenziale. Non si chiede più che senso abbia la vecchiaia, ma come gestirla, rallentarla, correggerla. Il corpo anziano viene curato, ma raramente ascoltato; prolungato, ma poco interpretato.
Forse il vero scarto non sta nella durata della vita, ma nel modo in cui la abitiamo fino alla fine. Le civiltà antiche, pur nella loro durezza, non sottraevano la vecchiaia allo sguardo. Noi, più longevi e più protetti, sembriamo invece incapaci di darle un posto nel nostro immaginario. E ciò che non trova posto nel racconto comune, lentamente, smette di esistere.
Nota dell’autore