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E se Platone all’improvviso si risvegliasse oggi tra le strade di Manhattan, riconoscerebbe davvero una città libera o vi scorgerebbe una versione più raffinata della sua “città dei porci”? Questo esperimento filosofico mette a confronto l’antico e il presente per svelare una domanda scomoda: quanto spazio resta alla verità nell'epoca trumpiana?
di Vincenzo Fiore
Che cosa penserebbe Platone se potesse passeggiare oggi per le vie di Manhattan? L’interrogativo non è un semplice esercizio di fantasia, ma un dispositivo filosofico senza dubbio rischioso, ma utile: spostare lo sguardo di un pensatore antico sul presente significa metterne alla prova le categorie, verificare se e quanto esse siano ancora in grado di illuminare le contraddizioni del nostro tempo. È un’operazione che ha precedenti illustri: già Richard Crossman aveva immaginato Platone alle prese con i totalitarismi novecenteschi, offrendo uno spunto che avrebbe influenzato profondamente la riflessione critica di Karl Popper. Oggi, tuttavia, il contesto è mutato: non più regimi dichiaratamente autoritari, ma società che si definiscono aperte, libere, razionali.
In questo scenario, che va considerato un semplice divertissement di chi scrive, si vedrebbe il filosofo ateniese avanzare lentamente tra Times Square e Wall Street: lo sguardo attento, quasi straniero, come chi osserva senza appartenere. Non un giudice immediato, ma un analista di un presente che gli è sconosciuto, intento a decifrare i segni di una civiltà che si proclama libera e razionale, ma che sembra aver smarrito il proprio fondamento educativo. Platone non cercherebbe analogie superficiali con i totalitarismi, ma indagherebbe più a fondo: nella struttura invisibile della polis.
Fermandosi davanti alle vetrine, osservando i passanti assorti nei loro dispositivi, Platone riconoscerebbe i tratti di una nuova «città dei porci», non più segnata dalla miseria materiale, ma da una forma più sottile di impoverimento: quello simbolico e cognitivo. La diffusa incapacità di comprendere testi complessi, di articolare un pensiero critico, apparirebbe ai suoi occhi come una crisi della paideia, ossia della formazione dell’uomo in quanto cittadino. E in questo contesto, le «nobili menzogne» – che nella Repubblica avevano una funzione pedagogica e politica – diventerebbero strumenti incontrollati di manipolazione collettiva, amplificati dai media e dai linguaggi semplificati dei social. La folla che attraversa Manhattan gli apparirebbe non oppressa, ma esposta: vulnerabile a narrazioni persuasive proprio perché priva degli strumenti per smascherarle. Egli sarebbe sorpreso di come, per abbindolare il cittadino americano medio, non occorrano né l’arte raffinata dell’oratoria di Protagora, né le sottili e insidiose tecniche sofistiche di Gorgia o di Trasimaco, ma basti una comunicazione semplificata, immediata e ripetitiva, capace di agire più sull’emotività che sulla ragione, trasformando l’opinione in consenso e il consenso in verità apparente.
Attraversando i quartieri più periferici, forse salendo su una metropolitana notturna, Platone incontrerebbe un’altra immagine, più dura e più silenziosa: quella di individui consumati dalla dipendenza, corpi piegati, sguardi assenti, presenze quasi spettrali. Non li giudicherebbe moralmente, ma li leggerebbe come sintomo di un disordine più profondo, come anime in cui il desiderio ha smarrito ogni misura, anime che hanno calpestato l’etica del limite approfondita nel Filebo. Una polis che non si prende cura dei propri cittadini – che lascia intere fasce della popolazione senza accesso alla salute – gli apparirebbe come una comunità che ha tradito il proprio telos. La cura, per Platone, non è un atto opzionale, ma il fondamento stesso della giustizia politica: senza di essa, la città non è più comunità, ma semplice aggregato.
Proseguendo nel suo itinerario, magari osservando da lontano i centri del potere economico e politico, Platone coglierebbe un’altra frattura: quella tra ricchezza e virtù. In una società che si definisce meritocratica, ma che distribuisce il potere in base al censo, egli vedrebbe una degenerazione della sua stessa teoria delle classi. Non più governanti scelti per la loro conoscenza del Bene, ma élite determinate dall’accumulazione economica. In questo senso, la democrazia americana gli apparirebbe come una forma ibrida, sospesa tra apertura dichiarata e chiusura reale, in cui la libertà formale convive con profonde disuguaglianze sostanziali. Si accorgerebbe di essere molto lontano dal «paradigma del cielo» della città perfetta, ma di trovarsi già nelle forme degenerate dello Stato.
A questa diagnosi si collegherebbe, nello sguardo di Platone, un’ulteriore e decisiva considerazione: la centralità assunta dalla dimensione militare nella vita della polis americana. Nella Repubblica, egli individua l’origine della guerra nell’eccesso dei bisogni e nella perdita della misura: quando la città smette di essere “sana” e si espande oltre il necessario, entra inevitabilmente in conflitto. Una comunità che organizza sé stessa attorno alla guerra, o che fa della potenza militare un elemento strutturale della propria identità, gli apparirebbe dunque come una città squilibrata, incapace di orientarsi verso il vero fine della politica, che non è la vittoria ma la virtù. In questo senso, Platone potrebbe leggere gli Stati Uniti come una nuova Sparta: una società che, pur diversa nelle forme, tende a fondare la propria coesione su un continuo stato di mobilitazione. Ma, come egli stesso lascia intendere nelle Leggi, una polis interamente votata alla guerra è una polis incompiuta, perché sacrifica la formazione alla logica della forza. Laddove la guerra diventa orizzonte permanente, la filosofia arretra, e con essa la possibilità stessa di una città giusta.
Infine, entrando forse in una libreria, o leggendo di decisioni politiche prese in alcuni Stati, come di recente in Texas, Platone si imbatterebbe in un paradosso: il suo stesso pensiero, o parti di esso, rimosso o bandito. Il mito degli androgini, con la sua potente riflessione sull’identità e sull’unità originaria dell’essere umano, verrebbe percepito come problematico, inadatto, da espellere. Di fronte a questo, il filosofo non reagirebbe con indignazione immediata, ma con un interrogativo più radicale: che tipo di città è quella che teme una trattazione sull’amore? Non più la censura brutale dei regimi chiusi, ma una selezione culturale che riduce la complessità del pensiero a ciò che è immediatamente compatibile con l’ordine dominante.
E così, mentre il sole tramonta tra i grattacieli e la città continua a pulsare, Platone proseguirebbe il suo cammino, forse in silenzio. Non avrebbe bisogno di pronunciare una condanna esplicita. Gli basterebbe osservare. Perché ciò che vedrebbe non è una tirannide nel senso classico, ma qualcosa di più sottile: una civiltà che ha smarrito il primato della verità senza accorgersene. Una città che non uccide i filosofi, ma li rende irrilevanti. E proprio per questo, forse, più lontana che mai dalla possibilità di avvicinarsi all’idea di Giustizia.

Farfallina, ho studiato filosofia all'università, comprese le opere di Platone. Non ne ho più voglia.
Io, invece, faccio al contrario di te. Alcune materie che detestavo da giovane, ho iniziato ad apprezzarle da anziana. Come la storia antica, letteratura antica, filosofia antica... Insomma il mondo antico nel suo insieme lo sento oggi molto più vicino al mio modo di essere. Strano vero?
Solo due cose non ho mai digerito né le digerisco oggi: la matematica e l'inglese.
Due materie che detesco nella maniera più assoluta.